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Regazzoni nel 1977 fece la stessa scelta del pilota spagnolo. Saltò il GP di Monaco di F1 con la Ensign, per correre a Indianapolis con una McLaren.  Purtroppo il risultato non fu premiante.

Foto ©http://media.indycar.com

La decisione di Fernando Alonso di voler correre la 500 Miglia di Indianapolis, saltando il Grand Prix monegasco di formula uno, ha acceso la passione di milioni di fan delle corse in tutto il mondo. Davvero, perché la decisione del campione spagnolo ricorda le gesta dei piloti di altri tempi! Quelli che non si facevano problemi nel saltare dall’abitacolo di una F1 a quello di una Sport, oppure anche di una F2. Correre in auto era ancora una sfida, una disciplina per uomini (e a volte alcune donne) prima di tutto: poi, certo, avere il mezzo migliore risultava sempre determinante, ma il fattore umano veniva prima di quello meccanico.

Ora è il contrario: la predominanza di tanti sofismi tecnologici ha tolto molto pathos al motorsport, specialmente nella sua massima categoria. Alonso ha “sparigliato” le carte, e già questo lo fa tornare un mito, perché il suo valore assoluto come pilota non si discute. Forse, a detta di molti, resta ancora quello con maggior talento.

Annichilito dall’ennesima stagione disastrosa in McLaren, il driver delle Asturie si è guardato intorno. Già due anni orsono avrebbe voluto correre la 24 Ore di Le Mans con la Porsche, ma gli venne impedito.

Ora, invece, il nuovo management McLaren ha avallato la sua scelta, lo ha appoggiato. Hanno tutto da guadagnarci anche loro, per cercare di far tornare vincente un marchio che da troppo tempo in formula uno mangia solo polvere. In quest’ottica forse, è da leggere anche la scelta romantica di tornare all’arancione per le carrozzerie, peccato sia stato aggiunto anche troppo nero che invece non fa parte della storia McLaren.

Scelte sbagliate, dicevamo, così come molte di quelle fatte da Alonso negli ultimi anni, dopo aver vinto due titoli con la Benetton ed essersi fatto soffiare sotto il naso altrettanti titoli con la Rosse di Maranello nel 2010 e 2012, andati a Sebastian Vettel e alla Red Bull.

Adesso c’è la possibilità di cancellare tutto con un gesto di spugna – un’impresa eroica, da grande atleta – e le possibilità che riesca a vincere ci sono tutte. Chissà, poi il passo successivo potrebbe essere realmente quello della “maratona” Endurance francese, per cercare di vincere quella Triple Crown, tripla corona o se volete calcisticamente triplete, fatta propria finora solo dall’immenso Graham Hill.

Quello che però pochi sanno o che nessuno ha ancora ricordato, riguarda un precedente. Infatti prima di Alonso ci fu un altro “gladiatore” molto caro ai tifosi italiani che decise di non correre a Monaco per andare a Indianapolis: Clay Regazzoni. Nel 1977 Gian Claudio Giuseppe Regazzoni, Clyde e poi Clay per gli amici  – pronunciando il nome con la a – come si usa in Canton Ticino, correva per la Ensign. Infatti dopo essere rimasto appiedato dalla Ferrari alla fine del ’76, cosa che era nell’aria ma che Clay ingenuamente non colse, il pilota di Lugano perse anche “il treno” della Brabham di Ecclestone, che lo voleva  per sostituire Reutemann; rifiutò una prima offerta, ma quando si rese conto di non essere più nei piani di Maranello, l’offerta d’ingaggio di Bernie si era drasticamente ridotta, e l’orgoglioso Clay rifiutò. Fu così obbligato a prendere il primo sedile disponibile, che era quello della Ensign, grazie al supporto dello sponsor, la marca di orologi Tissot. In realtà sembra che poi Regazzoni non riuscì nemmeno a prendere il suo ingaggio, vista la cronica carenza di mezzi della squadra. La prima corsa parve incoraggiante, con un 6° posto in Argentina,  poi arrivarono due settimi e due quinti nella seconda parte di stagione, uno dei quali a Monza. L’intermezzo fu però una collezione di ritiri e proprio per questo Regazzoni decise di cogliere al volo l’invito del Theodore Racing del cosmopolita Teddy Yip per correre la 500 Miglia di Indianapolis con una McLaren rossa. Uno scherzo del destino: lo stesso colore dell’amata Ferrari. In realtà il rosso è solitamente il colore delle vetture del Theodore Racing. Yip nel ’77 figurava tra i partner della Ensign, tanto da schierare una seconda vettura per Patrick Tambay nel finale di stagione. Theodore “Teddy” Yip (vero nome Jap Tek Lie) è stato un personaggio poliedrico, ex-pilota e grandissimo appassionato di motori. Miliardario con famiglia di  origini cinesi nato a Sumatra quando quest’isola faceva ancora parte della Indie Olandesi, per questo studiò in Olanda ed ebbe la nazionalità olandese; realizzatosi come businessman sviluppando l’enclave ex-portoghese di Macao in Cina, come realtà turistica, aprendo alberghi, Casino, organizzando il servizio traghetti tra Macao e Hong Kong  e “last but not least” creando il celebre Gran Premio di Macao di F.3, vinto tra i tanti da Ayrton Senna nel 1983 proprio con una Ralt RT3 Toyota del West Surrey Racing nei colori Theodore Racing.

Regazzoni aveva già corso in USA a Seattle nel 1973, in F.5000, con una Lola T330-Chevrolet V8 del Jones/Eisert Racing, e si ritirò dopo esser stato 2° nella sua Batteria e 3° in prova. Fu al via anche nell’ultima gara inglese di Brands Hatch finendo 12°.

Clay portò con se come ospite Giulio Borsari, suo fidato meccanico della Ferrari, che prese le ferie per andare in USA. La vettura al lui affidata era la McLaren M16C/D-Offenhauser numero 38, che avrebbe dovuto guidare Bill Simpson, il produttore americano di caschi e tute, iscritta e gestita dal team di Teddy Yip. Simpson decise di ritirarsi dalle corse proprio durante le lunghe fasi di qualificazione di Indy, così arrivò Clay, che ricevette tutto il supporto e i consigli dell’esperto amico Mario Andretti, proprio come oggi è accaduto con Alonso. Il pilota luganese ebbe però uno spaventoso incidente in prova, con l’auto che si intraversò in uscita di curva  per una barra stabilizzatrice montata al contrario, ma restò miracolosamente incolume dopo diversi testacoda e un cappottamento con salto mortale, uscendo da solo dalla monoposto (il video del “botto” si trova facilmente su Youtube). I medici del circuito rimasero sorpresi, perché i battiti cardiaci di Clay dopo l’accaduto, sorprendentemente erano più bassi di quelli registrati nella visita medica di ammissione alla gara. Davvero incredibile, come se Clay non avesse provato nessuno spavento. Si schierò quindi regolarmente al via con il “muletto” (la vettura di scorta), seppur 29° in decima fila, la penultima dello schieramento. Purtroppo fu costretto al ritiro dopo soli 25 giri per una perdita dal serbatoio del carburante dopo il primo rifornimento e venne classificato in 30° posizione. Peccato, perché era già riuscito con la sua proverbiale tenacia, a rimontare fino alla 16a piazza. A Monaco, per la cronaca, con la Ensign MN177 di Morris Nunn corse al suo posto Jacky Ickx, che si classificò 10°.

Nonostante il risultato negativo, l’esperienza in USA rimase comunque nel cuore di Regazzoni, che aveva molto apprezzato la genuinità dell’atmosfera in circuito. Purtroppo un altro incidente in USA, in F1 questa volta, interromperà bruscamente la sua carriera nel 1980. Non prima di aver corso anche con la Shadow nel 1978 e aver ottenuto la prima vittoria in assoluto per la Williams nel 1979, a Silverstone. Ciò nonostante, Frank Williams, che aveva come pupillo Alan Jones, con poca riconoscenza non lo confermò per la stagione successiva.

Un altro fatto che lega Alonso a Regazzoni è il mancato titolo iridato con la Ferrari. Clay poteva vincere il Mondiale nel ’74: a  quattro gare dalla fine, sarebbe bastata una semplice parola di Enzo Ferrari per fare gioco di squadra e vincere un titolo che invece andò a Emerson Fittipaldi. Il passato è comunque passato. Ora viviamo il presente e tutti gli appassionati fanno il tifo affinchè Fernando Alonso stupisca il mondo e si aggiudichi la sua prima competizione nel leggendario “catino” dello Stato dell’Indiana.